Genesi e processo di un’inaudibilità
di Francesco Angoli Zedda
Nella cosmogonia greca, il destino non era un’opinione, ma un ordito di fili tesi tra le dita delle Moire. Persino gli dèi, abitanti di un Olimpo luminoso e capriccioso, dovevano sottomettersi all’Ananke, la necessità cieca che governava l’equilibrio del cosmo. In questo scenario emerge il mito di Cassandra, vittima di un desiderio divino non corrisposto, ma anche scarto tragico della conoscenza.
Questo scarto, tuttavia, non risiede nell’ignoranza, ma nella asimmetria tra la visione e la presa.
È il paradosso di chi possiede la mappa di un incendio mentre le sue mani sono legate: la conoscenza non si traduce in potere, ma in un surplus di sofferenza. In Cassandra, tale frattura cognitiva si manifesta come un peso ontologico che separa chi vede dal resto della comunità.
È la conoscenza che, anziché farsi prassi e salvezza, diventa puro spettacolo interiore, un’epifania che isola invece di unire. Cassandra è il prototipo dell’intellettuale che abita il futuro con la mente, mentre il suo corpo resta intrappolato in un presente che galoppa, sordo, verso l’abisso.
Non è solo un limite informativo, ma una condanna esistenziale: la verità di Cassandra è una verità “inerte”, una luce che illumina il naufragio senza poterlo evitare.
Apollo, dio della luce e della vaticinazione, le concesse il dono della premonizione per sedurla; al suo rifiuto, non potendo revocare un mandato divino, lo corruppe con il veleno dell’incredulità. Cassandra possedeva lo sguardo lungo, la capacità di vedere l’ordito prima che il tessuto fosse completato, ma la sua voce era condannata a farsi polvere. Nessuno le credeva.
Come magistralmente descritto da Christa Wolf nella sua rilettura del mito, Cassandra non è solo la profetessa di sventure, ma colei che vede i nessi invisibili del potere e della violenza mentre gli altri sono accecati dall’entusiasmo per il progresso bellico e tecnologico, ovvero per il “cavallo”. La tragedia di Cassandra è la solitudine del sapere: la verità, quando non è ascoltata e non viene condivisa, smette di essere uno strumento di salvezza e dientifica una prigione mentale, un luogo di follia e isolamento.
Oggi, nel cuore di una modernità che ha sostituito il tempio con il laboratorio e la Pizia con l’algoritmo, il mito di Cassandra subisce una metamorfosi a dir poco perturbante: non siamo più vittime di un destino scritto dagli dèi; siamo i redattori, gli editori e, infine, gli spettatori del nostro stesso epilogo.
La modernità ha risolto l’ambiguità del vaticinio depurandolo dal fumo dell’incenso e trasformandolo in output. Se il responso dell’oracolo richiedeva un’esegesi, la proiezione algoritmica richiede solo una presa d’atto. Oggi la “premonizione” non è più un’estasi, ma una proiezione statistica in alta risoluzione. Sappiamo infatti — con la freddezza di un calcolo termodinamico — dello sconvolgimento della biosfera e della fine dell’umanità intesa come stabilità biologica. Più il vaticinio si fa trasparente e numerico, più diventa facile archiviarlo come un’astrazione priva di corpo. Qui si manifesta ciò che Günther Anders definiva ne L’uomo è antiquato il «dislivello prometeico».
Secondo Anders, l’uomo vive una frattura insanabile tra la sua capacità di produrre (e prevedere) e la sua capacità di immaginare. Siamo in grado di costruire macchine e sistemi complessi i cui effetti superano la nostra capacità di comprensione emotiva. Possiamo calcolare la fine del mondo su un foglio Excel, ma la nostra psiche rimane “antiquata”, strutturalmente incapace di provare un terrore proporzionato ai dati che essa stessa ha generato. Questa «vergogna prometeica» — il senso di inferiorità di fronte alla perfezione e alla portata dei nostri prodotti — ci spinge a ignorare l’avvertimento.
Questa cecità non è un difetto del sistema, ma una sua strategia di sopravvivenza psichica. L’avvertimento viene ignorato perché la sua portata richiederebbe un’angoscia che non siamo attrezzati a gestire: è il rifiuto dell’inconcepibile. Quando il dato scientifico ci dice che il mondo che conosciamo sta finendo, la nostra mente non elabora una minaccia, ma un’astrazione. Ignoriamo il grido di Cassandra perché esso scardina il principio di continuità su cui poggia la nostra intera esistenza tecnica. Riconoscere la catastrofe significherebbe arrestare la macchina, spegnere i motori della produzione, mettere in discussione l’identità stessa dell’uomo-architetto. Così, l’avvertimento viene declassato a rumore di fondo: lo trasformiamo in un “problema tecnico” da risolvere domani, privandolo della sua urgenza tragica oggi. Non è che non sentiamo la voce; è che abbiamo costruito un’architettura del quotidiano così complessa e assordante da rendere l’apocalisse un’ipotesi statisticamente probabile, ma emotivamente irrilevante. Abbiamo trasformato il grido di Cassandra in un dato d’archivio: lo vediamo, lo leggiamo, ma non lo “sentiamo”.
È qui che il mito si frattura definitivamente. Se la sacerdotessa troiana era una vittima passiva della propria visione, l’uomo contemporaneo emerge come l’Architetto della propria fine. Assistiamo a una scissione della coscienza senza precedenti: da un lato l’umanità agisce come “soggetto conoscente” (la Cassandra scientifica) che documenta il disastro e ne prevede le conseguenze; dall’altro come “agente tecnico” (l’Architetto) che ne progetta materialmente le fondamenta.
Questa figura dell’Architetto dell’estinzione è colui che trasforma la natura in un dispositivo, una risorsa da gestire fino all’esaurimento. Come notato da Jean-Pierre Dupuy, siamo prigionieri di un paradosso logico: per evitare la catastrofe dovremmo considerarla non como una probabilità, ma come una certezza ineluttabile. Ma l’uomo-architetto rifiuta il «catastrofismo illuminato». Il progetto prosegue perché l’architettura della distruzione è diventata l’unico modo che conosciamo per stare nel mondo. Progettiamo l’edificio del futuro sapendo che poggia sull’abisso, eppure continuiamo ad aggiungere piani, quasi affascinati dalla perfezione tecnica del nostro errore strutturale. È l’estasi della costruzione che oscura la consapevolezza del crollo.
L’alienazione definitiva si compie in un ultimo passaggio di ruolo. L’uomo ha dismesso i panni dell’eroe tragico per indossare quelli del curioso. Ci muoviamo tra le macerie del futuro con l’animo del turista o del visitatore distratto che contempla una mostra in una galleria di grido. Osserviamo la nostra fine come se fosse un’esposizione a Palazzo Reale o un’installazione monumentale di Anselm Kiefer: una rassegna curata nei minimi dettagli che, pur parlando di noi e della nostra aria che si fa irrespirabile, viene consumata come un evento estetico.
Siamo seduti in prima fila nel museo della nostra estinzione, incantati dalla potenza del disastro che noi stessi abbiamo allestito. Il “nefasto” diventa una categoria del bello. Questa estetizzazione della catastrofe è l’ultimo rifugio dell’uomo-turista: finché l’estinzione rimane “esposta”, finché è un oggetto di indagine intellettuale o di fruizione museale, ci convinciamo che non possa toccarci davvero personalmente, nella carne. La natura svanisce dietro la teca di questa grande mostra planetaria, mentre noi ne scattiamo una foto mentale — o un post per i posteri — prima di passare alla sala successiva.
La vera maledizione di Apollo, oggi, non risiede più nel dubbio degli altri, ma nella nostra stessa, gelida indifferenza verso ciò che riconosciamo come ineluttabile. Cassandra è tornata, ma non urla più dalle mura; abita i nostri report, popola i grafici dei nostri monitor e osserva, insieme a noi, l’architettura sublime della nostra fine che si staglia contro l’orizzonte.
Mentre l’ultima pietra dell’architetto dell’estinzione viene posta, ci accorgiamo che il silenzio di chi non ascolta è diventato uno spazio vuoto, il bianco asettico della galleria, in cui il mito si compie. Non resta che l’attesa di un evento che abbiamo interamente messo a catalogo, lasciando che la verità di Cassandra, un tempo fiamma viva di avvertimento, si spenga lentamente nel freddo chiarore di un’intelligenza che ha saputo prevedere tutto, tranne la necessità di credere ai propri occhi.
Note Bibliografiche
- Günther Anders, L’uomo è antiquato. Vol. 1: Considerazioni sull’anima nell’era della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri.
- Jean-Pierre Dupuy, Per un catastrofismo illuminato. Quando l’impossibile è certo, Medusa Editrice.
- Christa Wolf, Cassandra, e/o edizioni.